Finita l’era dei protagonismi in architettura, adesso è tempo di tornare a fare squadra, per trovare soluzioni ai problemi ecologici e mettersi in ascolto della comunità. Questo il manifesto di Open Project, in un’intervista a Francesco Conserva, partner e vicepresidente dello studio di architettura e ingegneria con sede a Bologna.

Se è vero che ogni epoca elabora i propri modelli culturali ed eleva a eroi tipologie umane e professionali specifiche, è altrettanto vero che la fine di un’era comporta inevitabilmente anche il superamento e la caduta di quegli idoli.
Questo è quello che sta accadendo oggi con il concetto di archistar, una figura di architetto di fama, al centro dell’attenzione pubblica, considerato artefice unico dell’opera, il quale conferma quell’attenzione realizzando progetti denotati da una certa appariscenza, riconoscibili nelle loro caratteristiche come fossero quadri che riportano la firma dell’autore. Così una società in cui ogni fenomeno viene spettacolarizzato ha creato nuovi protagonisti da mettere sul piatto dello showbusiness, architetti dedicati più alla propria immagine che alla qualità del progetto in sé.
Quest’era sembra avviarsi verso la fine, pur con tante resistenze, dal momento che agli architetti oggi si chiede di porsi questioni urgenti sulla sostenibilità ambientale e di proporre soluzioni attuabili, di valutare con attenzione il contesto e la comunità in cui si crea un progetto, insomma, di ascoltare piuttosto che di imporsi.
Ne parliamo con Francesco Conserva, 42 anni, partner insieme a Maurizio Piolanti e vicepresidente dello studio di architettura e ingegneria Open Project.
Fondato a Bologna nel 1984, lo studio di architettura e ingegneria Open Project conta numerose realizzazioni per grandi aziende nazionali e multinazionali, con tipologie edilizie differenti, che comprendono il residenziale, il ricettivo, lo studentato, il culturale, il commerciale, i workspaces e gli uffici. Un percorso di continua crescita che ha portato Open Project ad assestarsi, già da tempo, fra gli studi di architettura di maggior rilievo in Italia. Grazie a un’attenzione particolare all’aspetto di sostenibilità ambientale e una ricerca continua a favore dell’innovazione tecnologica e di standard elevati, anche tramite processi di digitalizzazione, Open Project ha conseguito numerosi riconoscimenti con certificazioni internazionali.
Un’eccellenza con radici italiane ma proiettata nel mondo, alla quale guardano con interesse anche i grandi imprenditori esteri, come il colosso immobiliare austriaco Value One, per il quale Open Project sta realizzando l’hotel Porta Mascarella a Bologna.
E tuttavia non c’è alcun protagonismo da parte dell’architetto Conserva, che alle logiche egoriferite delle archistar, preferisce un approccio etico al progetto e il lavoro di team.

Come si pone Open Project di fronte all’idea di archistar, che ancora oggi è difficile da scardinare?
Open Project si pone come alternativa a una visione strettamente autoriale della progettazione. Puntiamo, attraverso uno sguardo laterale, a un processo in cui le relazioni tra le persone producono creatività, visione e risposte di qualità. Il punto di vista unico e monolitico di un progetto non ci appartiene e non ci interessa. Ci piace pensare al nostro studio come a un organismo articolato, che mette insieme più prospettive, più visioni della realtà, che individua strategie, interpreta le necessità dei nostri committenti e crea risposte, trasformandole poi in progetti. Il punto di forza di Open Project sta proprio nel lavoro corale, nella capacità di liberare le energie individuali, canalizzandole in un flusso continuo che tocca tutto il team. Il nostro motto è “We imagine, we design, we create” proprio perché sono queste le tre fasi fondamentali della progettazione integrata secondo la nostra visione e tute prevedono un lavoro collettivo.
Siamo una struttura elastica, che non vuole imporsi in maniera forzata ed egoriferita ma che, al contrario, è capace di offrire una visione alternativa del mondo della progettazione e della direzione lavori. Open Project vuole essere un  “giardino dei talenti” che attraverso la ricerca, l’innovazione, la creatività e il metodo mette insieme in un team multidisciplinare professionalità diverse, che si affiancano senza competizione e protagonismi, per un obbiettivo comune, per condividere un progetto trasversale e integrato. Siamo lontanissimi dall’idea di archistar che impone una visione unipersonale a tutti i costi; se proprio vogliamo darci una definizione, piuttosto a Open Project appartiene un approccio tailor-made al progetto, siamo come una “Savile Row” in cui il cliente trova il suo abito su misura.

Nella pratica dell’attività di Open Project di tutti i giorni cosa significa lavorare in team?
Per noi significa ascolto, mai imposizione. Gran parte del nostro tempo è dedicato all’ascolto consapevole dei clienti, delle loro esigenze, in un confronto continuo da entrambi i lati, cercando di intercettare anche il non detto. Questo aspetto è molto importante per Open Project, in cui lavora un team variegato e giovane, con un’età media al di sotto dei 40 anni e la piena parità di genere; cinquanta professionisti di grande competenza, che recepiscono le esigenze del committente, che mettono la loro creatività e il rispetto delle persone al servizio del progetto, senza competizione. A ognuno è data la possibilità di sviluppare al massimo le proprie capacità, i propri talenti, le proprie idee, che così diventano condivise, di tutti. Questo è possibile solo grazie al rispetto e all’equilibrio, nel nostro studio c’è tanta voglia di fare meglio e di puntare più in alto ma sempre con grande rispetto degli altri.

Recentemente avete dato vita a un centro di ricerca sulla sostenibilità, in cosa consiste?

Abbiamo deciso di investire ulteriormente sulla ricerca e creare Open Project Sustainability Hub, un centro studi animato da molte competenze e figure diverse, che ha come obiettivo quello di sviluppare soluzioni e fare rete per far fronte ai principali problemi legati alla sostenibilità, sia in termini di impatto ambientale, che di peso sociale e finanziario. Per fare un esempio adesso siamo impegnati nel “misurare” le strategie di rigenerazione urbana, attraverso il calcolo dell’LCA, il Life Cycle Assessment, dei nostri edifici, e stiamo valutando differenti possibilità per arrivare a una riduzione maggiore di anidride carbonica. Ci stiamo anche occupando di dettare le linee guida per la progettazione dei primi edifici che rispondano agli obiettivi della tassonomia europea, come strumenti per l’ottenimento di finanziamenti verdi e ai requisiti richiesti per i bandi finanziati dal PNRR.
Per noi è importante restituire valore alla comunità, così come è fondamentale che i nostri progetti costituiscano una riposta positiva verso l’ambiente, vogliamo sviluppare comportamenti virtuosi e incoraggiare ad attuarli anche altri player della ricerca, dell’imprenditoria, del design, della tecnologia e dell’arte, per dare una risposta articolata alle sfide complesse che quest’epoca ci pone.

Da docente universitario a socio di maggioranza di uno dei più grandi studi di architettura in Italia, la sua parabola professionale è atipica rispetto ai percorsi di cui sentiamo parlare di solito nel nostro Paese, com’è avvenuto questo passaggio?

Riuscire a realizzare questo tipo di sintesi fra ricerca e pratica progettuale è da sempre quello che mi interessa e che mi appassiona di più di questo lavoro, vorrei riuscire a individuare un metodo alternativo nel mondo della progettazione. Il mio percorso di ricerca all’università, negli anni del dottorato e della docenza a contratto all’università di Bologna, sono stati essenziali per gettare le basi di un metodo progettuale, che oggi applichiamo in Open Project, un terreno fertile a partire dal quale iniziamo ogni nostro lavoro.
È vero che in Italia alcune volte sembra esserci un completo scollamento fra il mondo universitario e della ricerca e quello della pratica professionale, in architettura come in molti altri campi; in effetti proprio la mia esperienza può confermare che solo una visione che mette insieme i due approcci, senza pregiudizi può creare un vero “progetto aperto”.  Dal mondo universitario ho preso e fatto mio, portandolo in Open Project, il modo di procedere tipico della ricerca, coltivando competenze, visioni dinamiche, ascolto e fiducia nell’opinione altrui. In questo modo non si lavora per nutrire un solo talento ma ognuno lavora per esprimere al meglio e far crescere le proprie capacità. Le energie si moltiplicano e le connessioni anche.